Le Storie

4 Petali Rossi, un libro necessario come lo sono tutti i libri di denuncia,  è un’antologia che raccoglie quattro racconti (scritti da Arianna Berna, Loriana Lucciarini, Monica Coppola, Silvia Devitofrancesco), che hanno per tema la violenza contro le donne.
Violenza che assume diverse forme e connotazioni, dalla più subdola che porta alla mercificazione del corpo femminile, alla più spietata che trova origine nell’odio razziale, alla più inattesa e inspiegabile che si sprigiona nell’animo del proprio uomo, amato e apparentemente tenero, trasformandolo in un mostro crudele.
Sono storie intense, autentiche e spietate come la realtà che raccontano.
Alcune vittime si salveranno e potranno ricominciare, con dolore, con fatica, lasciandosi alle spalle quell’incubo che non scomparirà mai del tutto dalla loro anima ma che, proprio per questo, le  spronerà a lottare perché non accada più, perché nessuna donna sia nuovamente preda di quell’istinto così perverso e basso. Altre protagoniste non ce la faranno, soccomberanno ma la loro morte sarà per chi rimane e per chi legge un legato importante e ineludibile, un monito da tener sempre presente per attivarsi e favorire in qualunque modo sia possibile la battaglia contro l’odio e, d’altro lato, la totale e piena solidarietà alle vittime.
[Laura Bassutti, “Parliamo di libri”]

 Bella da rubare

Arianna Berna

Bella da rubare: uno scatto fotografico compromettente può costare caro

Gaia toccherà con mano l’umiliazione di essere esposta al pubblico, perché utilizzata a sua insaputa come testimonial di una campagna pubblicitaria, mettendo in crisi le relazioni affettive e compromettendo la sua immagine.

Finalmente sono sola e posso riaprire il giornale.

L’immagine è ancora lì ad aspettarmi e mi osservo ritratta in quella fotografia come in trance. Sapermi stampata in migliaia di copie mi provoca la pelle d’oca.

Mi sale un senso di nausea a guardarmi come potrebbero vedermi infiniti occhi: gli occhi di mio padre o peggio ancora di mia madre e non parliamo di Tommaso, il mio fidanzato che andrà su tutte le furie. Già lo immagino mentre urla come un pazzo scriteriato insulti a mezzo mondo. Mi vedo appesa in un’officina, o sfogliata da mani che non conosco. Che schifo.

Corro in bagno e sento la nausea salire, ma per fortuna è solo il riflesso dello stress. Con le mani appoggiate al muro ansimo mentre mi guardo allo specchio. Non sembro la bella ragazza della foto, ho le occhiaie marcate, i capelli sono legati in una coda scomposta, mi sembra di essere invecchiata di dieci anni in un momento.


Il coraggio di raccontare

Loriana Lucciarini

Lo stupro etnico nella ex Jugoslavia, durante la guerra dei Balcani, è quello che ha segnato per sempre la vita di molte donne; ma è proprio grazie alla testimonianza di molte di loro che, nel 2001, il Tribunale internazionale dell’Aja ha condannato lo stupro di massa come crimine contro l’umanità. Questa è la storia di Selina, di Hasa, di Adila e di tante altre, vittime della violenza della guerra.

Aspetto il mio turno con rassegnazione, perché prima o poi toccherà anche a me. È mattina quando entrano tre militari. Uno lo riconosco: è il comandante che ha violentato Hasa e fatto uccidere i miei fratelli e zio Ivica. L’uomo ha uno sguardo e una voce che non potrei mai dimenticare. Questa volta non c’è l’anziano con lui, ma altri due paramilitari giovani, uno con il volto butterato, l’altro con una cicatrice sulla guancia sinistra. Il comandante Kunarac, questo è il suo nome, si aggira nel dormitorio come un predatore. Scruta lentamente ognuna di noi, poi il suo sguardo si ferma su di me.

“Lei” mi indica con un cenno della mano e i due soldati mi sono già accanto per portarmi fuori.

Nessuna delle donne presenti dice nulla. Zia Hasa continua a guardare il vuoto, assente. Adila mi guarda con un’espressione dolorosa negli occhi. Io già so che mi aspetta l’inferno.


L’equilibrio perfetto

Monica Coppola

Il passato che ti segna. Il passato che si dimentica. Il passato che ritorna.

Una bambina che diventa donna mentre ombre indefinite attanagliano la luce del presente proprio nel momento in cui la voglia di vivere rinasce da un amore inaspettato, improvviso. Assolutamente perfetto. Troppo, forse, per essere reale.

Questa è la storia di Anne e dei suoi fantasmi…

Il gemito ora le sembrava più acuto, come se un gatto randagio si fosse introdotto in casa ed ora pretendesse, prepotente e affamato, una ciotola con un po’ di latte.

Riusciva a scorgere i contorni degli oggetti e la porta socchiusa della camera dei suoi genitori, in fondo al corridoio, da cui fuggivano flebili raggi di luce che scioglievano il buio denso.

Una cascata di tonfi amplificò l’eco di quei lamenti indecifrabili, ed Anne trasalì.

Era ormai accanto alla porta socchiusa, e con il cuore in tumulto accostò l’orecchio.

Colse frammenti di parole, vocaboli lividi impastati di rabbia e troncati a metà dal fragore di altri schianti.

Le dita minuscole si arrampicarono sul bordo della porta per scostarla appena: quella che le apparve, sotto i riflessi fiochi di un abat-jour riversa sul pavimento fu un’immagine distorta che non voleva mettere a fuoco.

Anne ebbe la sensazione che due estranei avessero rubato il posto ai suoi amorevoli genitori. Quella donna terrorizzata, rifugiata in un angolo, sommersa da schegge di oggetti frantumati, non poteva essere sua madre.

Quell’uomo con i tratti del volto deturpati da una collera sconosciuta, i gesti impazziti con cui sventrava ogni cosa, non poteva essere suo padre.

No, non era possibile.

Quella non poteva essere la stessa persona che le allacciava le scarpe, le comprava lo zucchero filato, le dava il bacio della buonanotte sottovoce per non svegliarla, quando rientrava tardi dall’ufficio. Fissò i suoi occhi e le sembrò che una bramosia avesse divorato la sua identità.


Una gabbia di vita

Silvia Devitofrancesco

Alba è una giovane come tante. Ragazza semplice e sognatrice, lavora in una panetteria. Sarà proprio lì tra panini e dolci che la giovane incontrerà un uomo che le farà perdere la testa. L’uomo perfetto, pronto a regalarle attenzioni fino a quando…

Una giornata apparentemente normale, se non fosse che il mio sguardo si posa sulla maniglia della porta d’ingresso. Mi avvicino in punta di piedi pervasa da un tremore che mi tormenta fin nelle viscere. Afferro la maniglia e la giro. Nulla. La porta è chiusa a chiave.

Luca mi ha chiusa a chiave dentro casa.

Mi lascio scivolare lungo il muro. Mi sento come un uccellino al quale sono state appena recise le ali. Le ali della libertà.

Perché tutto questo? Perché l’amore è così ingannatore? Prima si presenta come vita, bellezza e perfezione e poi diviene così squallido, orrido, incarnazione di dolore e morte. Non è giusto. L’amore, il sentimento più naturale e nobile che l’uomo possa provare, si trasforma in un pericolo dal quale è preferibile fuggire via. E io devo fuggire via.

Devo fuggire ora, oggi stesso, perché sono ancora in tempo. Accolgo Luca con il solito atteggiamento servile di donna innamorata e devota. Ho paura di lui. Non riesco nemmeno a guardarlo negli occhi. Davanti a me è sempre presente l’immagine di quella porta chiusa a chiave che mi rende una prigioniera a tutti gli effetti. Tuttavia è necessario che io finga se davvero desidero salvarmi. Assecondo i suoi desideri. Mi lascio baciare, sopporto le sue mani sul mio corpo e mi dono a lui tenendo sempre i sensi vigili.